La prefazione di Sergio Cofferati

Credo sia oggi più che mai necessario non rinunciare a battersi per l’affermazione di una società più democratica e più giusta. Una società nella quale si possa competere senza mettere in discussione i diritti delle persone. Una società che sappia e possa misurare la propria civiltà sulla base della quantità e della qualità delle opportunità che è in grado di offrire ai cittadini, in primo luogo quelli più giovani. E credo per questo che tutti coloro che hanno ruoli di responsabilità debbano lavorare perché soprattutto le generazioni più giovani abbiano la possibilità di realizzare se stessi.

Non ci si può insomma chiamare fuori. Né limitarsi a resistere. Occorre porsi in ogni circostanza il problema di come si garantiscono le persone, come si dà loro una prospettiva positiva. Occorre non dimenticare che in qualsiasi momento della vita di ciascuno esistono diritti universali da rispettare, sia quando sono diritti di cittadinanza sia quando attengono alla sfera lavorativa. Occorre essere consapevoli che, per quanto possa essere difficile, ogni qualvolta si pone l’alternativa tra un diritto e un bisogno la priorità spetta al diritto.

In tale contesto, i temi e gli argomenti sviluppati in questo libro, a partire dal rapporto tra partecipazione politica, sviluppo del Mezzogiorno e diffusione delle nuove tecnologie, non solo stanno a pieno titolo nella discussione in corso ma propongono diversi, interessanti, a tratti originali, spunti di riflessione.

Penso all’insistenza con la quale viene delineato e motivato il legame forte esistente tra partecipazione politica e qualità della democrazia; agli argomenti a sostegno della necessità dell’impegno responsabile e in prima persona; alla ricerca di ragioni e motivazioni che giustifichino tale impegno; allo sforzo di individuare soggetti, luoghi, contenuti che lo rendano credibile; al tentativo di guardare alla globalizzazione andando al di là dell’usuale contrapposizione tra chi è a favore e chi è contro; alla necessità di battersi sempre e comunque perché siano rispettate le regole.

Credo sia sotto gli occhi di tutti il pericoloso e pesantissimo tentativo in atto di mettere in discussione l’uguaglianza dei diritti di ciascun cittadino nei confronti per esempio della legge, così come l’equilibrio tra i diversi poteri che caratterizzano uno Stato democratico o, non ultima, la qualità e la quantità delle tutele collettive che in una democrazia avanzata dovrebbero caratterizzare i rapporti di lavoro. E, cosa ancora più grave, si vorrebbe spacciare tutto questo per il tentativo di affermare un principio di libertà non sapendo, o facendo finta di non sapere, che in realtà una persona priva di tutele legislative e contrattuali non è più libera ma più sola e più debole.

Tutto questo rischia di produrre e in qualche misura sta già producendo conseguenze assai poco positive, non solo dal versante delle “qualità” della democrazia italiana, ma anche da quello dell’efficienza e della competitività del sistema produttivo. In realtà dare regole ai mercati, dare stabilità e prospettive a chi vuole un futuro più sereno è non solo necessario e possibile, ma è una condizione per certi versi costitutiva di un Paese che aspiri a essere a giusta ragione considerato civile e avanzato.

Credo che a questo assunto non sfugga neanche il mercato globale. Perché in realtà qualunque mercato è tale quando ha regole, quando impedisce la sopraffazione dei forti sui deboli, quando impedisce la creazione di monopoli che marginalizzano altri possibili competitori. Perché anche nel mercato globale si confrontano due modelli: uno nel quale si considerano come fondamentali per la competizione esclusivamente la diminuzione sistematica dei costi delle merci e dei servizi che vengono prodotti e offerti, e un altro nel quale invece è la qualità dei prodotti e dei servizi che vengono offerti a essere considerata decisiva.

La qualità porta con sé l’esigenza di avere sempre protezioni adeguate, non soltanto per le persone che lavorano ma anche per quelle che vivono nel mondo. E ciò, ancora una volta, si traduce in diritti fondamentali rispettati.

Se tutto questo è vero, come è vero, a livello generale, lo è ancora di più quando il tema in discussione è il futuro del Sud, che rimane a tutt’oggi una questione allo stesso tempo fondamentale e irrisolta.

E’ il Sud che vede oggi di fatto interrotto il ciclo positivo innescato negli anni scorsi con le politiche di risanamento. Il Sud alle prese con la necessità di potenziare la sua struttura civile e sociale, e che si trova invece costretto ancora una volta a fare i conti con politiche economiche che non solo non ne sostengono la crescita, ma non bastano neanche ad arginare il rallentamento.

Tutto questo non avviene naturalmente a caso. Né si può spiegare soltanto con il ciclo economico negativo a livello internazionale.

Sul futuro del Sud pesano tante cose. L’abbandono delle scelte orientate allo sviluppo della società, dell’economia e della conoscenza definite a Lisbona; la messa in discussione delle protezioni sociali, dei diritti, del modello sociale che storicamente l’Europa ha consolidato; i provvedimenti del governo, a partire da quelli contenuti nella legge finanziaria; la scelta di assecondare la richiesta dell’attuale gruppo dirigente di Confindustria di puntare a un modello di competizione bassa, destinato a portare il sistema produttivo italiano in un’area marginale dei mercati e a produrre inevitabilmente tensioni e rotture sociali.

Per questa via si finisce per abbassare la qualità del sistema produttivo, per fare da sponda, con scelte di collateralismo antiche, a quella parte delle imprese che cerca lo scontro con il sindacato e i lavoratori, per costringere il Paese ad arretrare, per non aiutare lo stesso sistema delle imprese a rispondere alle esigenze di competitività alta presenti sul mercato mondiale.

La sfida competitiva non può ridursi alla riproposizione di vecchie e spesso logore ipotesi che portano alla riduzione dei costi, che aggrediscono e ridimensionano tutto ciò che ha un costo, comprese le prestazioni sociali, le tutele, i diritti.

La competizione non può non avere oggi come punto di riferimento, a meno di perseguire modelli di società dai tratti dichiaratamente illiberali, la qualità, l’innovazione, la valorizzazione della persona, delle sue conoscenze, delle sue abilità.

Per questo continua ad apparirmi improponibile qualunque scelta regressiva sul terreno della qualità dell’istruzione e della formazione, che allontana il nostro Paese dall’Europa, che mette in discussione ogni ipotesi di sviluppo fondato sulla qualità.

Per questo purtroppo non mi sorprende il taglio delle risorse per l’istruzione, per la formazione, per la ricerca. Non mi sorprende che in nessuna delega si trovi traccia della formazione continua come diritto della persona ad apprendere per tutta la vita; che non si trovi traccia dell’educazione degli adulti come opportunità nel lavoro e oltre il lavoro per rendere più ricca l’esistenza e aumentare le opportunità di ciascuno di noi.

C’è bisogno in realtà di cambiare radicalmente l’ordine di priorità e dare valore all’estensione dei diritti, alla loro modulazione per i nuovi lavori, per quelle tante ragazze e quei tanti ragazzi che oggi non hanno né tutele né diritti riconosciuti. Va privilegiata la creazione nel Mezzogiorno delle condizioni di ambiente economico e sociale per attrarre investimenti.

In definitiva, penso che una società giusta sia una società che sappia riconoscere il valore dei diritti, nella quale siano disponibili politiche di protezione, di tutela, che promuovano sviluppo e occupazione. Nella quale sia possibile l’adozione di un sistema universale di diritti che valga per chi è nato qui e per chi, essendo nato altrove, decide liberamente di venire a vivere e lavorare in Italia.

I diritti sono sostanza della libertà, della coesione sociale e dunque della democrazia. Perciò la democrazia si difende anche difendendo i diritti e la loro universalità.

Mi è capitato qualche anno fa di ricordare, durante un’incontro con gli studenti nell’aula magna dell’università Federico ii di Napoli, un film tratto da un romanzo scritto da un autore che mi piace molto, Philip K. Dick, che è oramai diventato un classico, Blade Runner, che comincia in una metropoli buia, multietnica, non casualmente di un futuro apparentemente lontano. è un film immerso in un buio tetro; solo alla fine, quando uno dei replicanti, seduto sul tetto di una casa muore, al suo atto estremo, la rinuncia alla vita, fa seguito la liberazione di una colomba bianca che si alza verso il cielo, e in quell’istante appare l’unico squarcio di luce in tutto il film.

Ecco, io continuo a essere convinto che il nostro futuro possa avere questo squarcio di luce. Che il mondo che aspetta i più giovani avrà la luce che si vede quando quella colomba bianca si alza nel cielo.

Soprattutto se quelli che giovani non lo sono più faranno fino in fondo il loro dovere. Soprattutto se sapremo, come scrive Moretti, costruire occasioni, iniziative, strumenti che consentano di ridare significato alla politica; di ideare, proporre, realizzare un rinnovamento di culture regole e programmi che si prefigga credibilmente di coinvolgere e rendere partecipi gli uomini e le donne del nostro Paese.